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Seminari

Oltre la scrittura etnografica – Soggettività e rappresentazione nelle scienze sociali
Data: Maggio 4 – 5
Orario: 17- 19
Luogo:
Facoltà di Scienze della Comunicazione
ex-caserma Sani 6
Via Principe Amedeo, 184
Roma

(segue dalla Home)

“La superiorità dell’etnografia è la conseguenza della sua imperfezione costitutiva”
Stephen Tyler

Nel saggio del 1986 On ethnographic allegory James Clifford afferma:

“La scrittura etnografica è determinata: 1) dal contesto (essa attinge da, e crea, significativi ambiti sociali); 2) dalla retorica (si scrive dentro, e contro, tradizioni, discipline e pubblici specifici); 3) dalle istituzioni (si scrive all’interno e contro specifiche tradizioni e discipline); 4) dal genere (un’etnografia è distinta da un romanzo o da un racconto di viaggio); 5) dalla politica (l’autorità di rappresentare realtà culturali è distribuita in modo ineguale e, a volte, contestata); 6) dalla storia (convenzioni e limiti di cui sopra sono in mutamento). Queste determinazioni governano coerenti finzioni etnografiche” (Clifford 1998:29)

In questa frase James Clifford sintetizza la consapevolezza di quella parte delle scienze sociali che, dopo la svolta interpretativa consolidatasi con Geertz, ha abbandonato le pretese di una scrittura oggettiva capace di raccontare l’essenza delle varie alterità con le quali entra in contatto. Le scienze sociali cambiavano, e s’affermava tra gli studiosi la consapevolezza di essere produttori di fictiones, cioè di racconti condizionati dalla soggettività dell’autore, dalla sua sensibilità e anche dalla sua fantasia e dal suo stile: resoconti che parlano di incontri localizzati e non di fatti descrivibili una volta per tutte in un linguaggio neutro, e scientificamente oggettivo.
L’affermazione di Clifford è come il riassunto, a posteriori, delle esperienze etnografiche e antropologiche degli anni Ottanta e Novanta: accetta la proposta di Geertz, che intendeva l’antropologia come una “disciplina interpretativa”, e si ispira ai principi del seminario di Santafé del 1986. Nel corso di questi ultimi anni, del resto, si sono a poco a poco moltiplicate le produzioni accademiche capaci di denunciare senza complessi d’inferiorità il proprio carattere di finzione, la propria vicinanza e somiglianza con testi e tropoi provenienti dalla letteratura e con forme di espressione artistica. Etnografie e strategie narrative di vario tipo, provenienti da diversi contesti universitari, rendono esplicite le condizioni nelle quali sono state create: non solo le malinowskiane difficoltà sul campo, ma soprattutto i dialoghi intrattenuti con interlocutori appartenenti a una forma di vita che, in un contesto specifico, incuriosisce il ricercatore.
In alcuni contesti accademici, dunque, è diventato quasi obbligatorio riconoscere la contingenza, il carattere localizzato dell’incontro con l’altro. Gli autori si riconoscono come individui determinati storicamente, politicamente, economicamente e genericamente. Sanno di poter dare vita a un dialogo con l’altro solo in una determinata circostanza, provvisoriamente e nonostante tutto. Sanno che quel dialogo non è l’Unico Dialogo Possibile, ma soltanto un certo tipo di dialogo con una certa alterità che in un momento specifico ha stimolato la loro capacità di fare domande. Eppure è tutto quello che le scienze sociali possono fare. Ogni altra pretesa sarebbe velleitaria.
Nei nuovi resoconti si narra la storia dell’incontro e perciò si aprono nuovi aspetti di cui tener conto: posizionamenti e riposizionamenti di ricercatori e interlocutori, ruolo di ricercatori e interlocutori nella produzione del testo finale, tensioni e giochi di potere nati durante la ricerca. Nei nuovi resoconti etnografici le soggettività entrano in contatto non per superarsi in un esercizio di oggettivazione teorica ma per rimanere tali, per dar luogo a una narrazione irripetibile, inconclusa, consapevole della sua contingenza.
Nello spirito di questa nuova antropologia, la Cattedra di Antropologia Culturale della Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza invita a riflettere sulle nuove forme di stare sul campo e di comunicare l’esperienza di ricerca, sui vantaggi e sui limiti di Writing Cultures. Dopo il seminario di Santafé dell’86 i ricercatori devono assumere seriamente, e non semplicemente enunciare, le conseguenze derivate da una contestualizzazione politica dei problemi di ricerca, da un esplicito posizionamento dell’autore, dall’influsso che il postcolonialismo ha esercitato sulle scienze sociali, dal consolidarsi dell’antropologia visuale e del concetto di autorappresentazione; questioni tutte che rendono più complesso il compito dell’antropologo: il geertziano stare là e scrivere qua.

Obiettivo operativo
Riflettere sulle diverse esperienze etnografiche dei diversi relatori in occasione di un seminario, in cui vengono anche gettate le basi per una pubblicazione.

Ospiti:
Massimo Canevacci (Professor Antropologia Culturale)
Ana Maria Forero Angel (Antropologa)
Giulia Grechi (Antropologa)
Antonella Passani (Antropologa)
Luca Pandolfi (Professor Antropologia Culturale)
Luca Simeone (Design Anthropologist)
Andrèa Vieira Zanella (Professoressa Psicologia Sociale, Universidade Federal de Santa Catarina, Brasile)

Abstract dei contributi che verranno presentati:

Oltre la scrittura etnografica
Massimo Canevacci
Il gruppo di Writing Culture conclude un ciclo (iniziato da Geertz) anziché aprirne uno nuovo. Già in quel periodo, autori attenti avevano percepito che stava per penetrare qualcosa di molto più complesso della pura scrittura: nella prima metà degli anni 80 si producono Videodrome e Neuromance non casualmente in Canada. Il seminario di Santa Fe è dell’84 e il libro esce due anni dopo, mentre inizia ad affermarsi la pervasività della comunicazione digitale che esprime un salto linguistico-qualitativo e politico-espressivo dalla precedente. Da qui la riflessione che per gli autori la scrittura coincida con la letteratura testuale ufficiale e non con quella sperimentale: e che media digitali, arti visuali, installazioni performatiche siano del tutto assenti dal loro orizzonte. Questa incapacità di avvertire l’irruzione della nascente web-cultura delinea un assenza che diventerà il problema da risolvere.

Parlare coi militari: dialogicità e riflessività nella scrittura etnografica.
Ana Maria Forero Angel
Secondo la visione del mondo condivisa dagli ufficiali colombiani, l’esercito va rappresentato come un corpo professionale, omogeneo, composto da martiri, costruttore della patria e perciò amato dal popolo. L’analisi di questa rappresentazione costituisce il primo obiettivo del mio articolo, ma non ne esaurisce il contenuto. L’incontro con i rappresentanti dell’élite militare, infatti, mi ha costretto ad affrontare in maniera diretta due temi fondamentali per l’antropologia contemporanea, e cioè la riflessività e la dialogicità. Cosa significa fare antropologia a casa? E cosa significa stabilire un rapporto dialogico con l’altro? Nel mio caso, fare antropologia a casa, in Colombia, significa interrogarmi sui militari e stabilire con loro un rapporto dialogico. Ma come si fa a stabilire un rapporto dialogico con i militari senza diventarne complici; senza dar voce, in fin dei conti, a una élite che ha sempre avuto anche troppo potere sulla popolazione civile?
Nel primo paragrafo, dedicato alla Biblioteca Tomàs Rueda Vargas, descriverò il palcoscenico su cui i militari mettono in scena la propria storia, ossia lo spazio nel quale ho svolto la maggior parte della mia ricerca. Seguirà l’Atto Primo, dedicato ai miti di fondazione e cioè alle pietre angolari sulle quali gli ufficiali hanno edificato le fondamenta della propria rappresentazione. Nell’Atto Secondo mi occuperò degli eventi che hanno ferito lo spirito di corpo e del modo in cui i militari li hanno narrati a se stessi e alle nuove reclute. Nell’Atto Terzo, infine, si parlerà del nemico nazionale. La rappresentazione sarà interrotta due volte: negli Intermezzi darò voce alle mie reazioni personali, alle mie perplessità di spettatrice partecipe. Nell’ultimo paragrafo, intitolato Dietro le quinte, metterò in discussione questi discorsi ufficiali a partire dall’incontro con le ferite fisiche e psicologiche dei reduci e dei loro nemici.

If this is what is inside of me, then nobody is safe.
La rappresentazione incorporata tra stereotipi coloniali e arte contemporanea: Kara Walker.

Giulia Grechi
Il concetto di incorporazione, proposto da Thomas Csordas all’inizio degli anni ’90 e sviluppato in particolare dall’antropologia medica in relazione alla ricerca sulla corporeità (il “mindful body” di Nancy Scheper-Hughes) ha prodotto uno slittamento fondamentale sia a livello epistemologico che metodologico per l’antropologia contemporanea, in particolare rispetto all’etnografia della rappresentazione visuale (dalla pubblicità al cinema all’arte contemporanea…) e al nesso corpo-identità. Si tratta di un approccio cruciale anche perchè permette di delineare un vasto territorio transdisciplinare che lavora produttivamente ai margini tra antropologia, studi culturali, studi postcoloniali, ma anche le neuroscienze (Antonio Damasio nel suo L’errore di Cartesio parla di “mente incorporata”, e del ruolo delle emozioni come produttrici di senso), nella considerazione del sapere del ricercatore stesso come un sapere essenzialmente incorporato.
Questa costellazione di approcci viene tradotta nel lavoro di alcuni artisti contemporanei che, a partire dalla cosiddetta “svolta etnografica” individuata da Hal Foster negli anni ’90, fanno propria una profonda sensibilità etnografica e un’attenzione produttiva agli aspetti incorporati ed emozionali della ricerca, trasformando lo sguardo etnografico in un territorio di radicale sperimentazione, riuscendo così a superare quelle empasse che stringono in particolare la ricerca antropologica e postcoloniale dopo Writing Cultures.
La mia analisi ruoterà intorno alle implicazioni teoriche, epistemologiche e metodologiche del concetto di incorporazione in relazione all’elaborazione di uno sguardo incarnato e emozionale per lo studio della rappresentazione visuale del corpo. Analizzerò in particolare il lavoro di Kara Walker, nel quale l’artista costruisce una sottile e provocatoria sovversione degli stereotipi razziali e di genere in relazione al corpo, sollecitando una percezione emozionale e tattile delle sue opere, intrappolando così l’osservatore in un’intima e perturbante (e per questo sovversiva) incorporazione della rappresentazione.

Perché l’etnografia?
Dall’antropologia critica verso una nuova antropologia applicata e militante
Luca Pandolfi
L’etnografia degli ultimi decenni sembra aver messo a fuoco in vario modo le sottili questioni presenti nella complessa dinamica a doppio vincolo tra eterorappresentazione e autorappresentazione. Nella classica metafora dell’altro come specchio o nella dialettica osservatore/osservato, si è a volte sottolineato ciò che è percepibile solo dall’osservatore, altre volte ci si è immersi in scritture cooperative e dialogiche circa patrimoni semiotici e semantici percepibili e narrabili unicamente dal soggetto osservato. L’etnografia si è così analizzata criticamente circa i metodi e i contenuti: trasformandoli, affinandoli, rimpatriandoli, decretandone la dimensione meramente soggettiva e letteraria, allegorica e autorappresentativa, artificiale e/o artistica. Tuttavia ci si è soffermati molto meno su un’ultima domanda, a mio parere centrale, quella riguardante i moventi, le intenzionalità. Eppure questa forma di conoscenza, per lo più di radice europea, è intenzionale come ogni altra forma di conoscenza. La stessa critica post-coloniale ha per lo più rivendicato modi propri di scrittura e significazione e rifiutato scritture altre della rappresentazione. Difficilmente ha messo in discussione il porsi stesso dell’etnografia, indicandone al massimo la strumentalità coloniale. Oltre la contingenza di una dominazione antica o recente è tuttavia sottratta alla discussione un modello di scienza e un modello di relazione con il mondo e con l’altro essere umano. È ciò che vogliamo guardare da vicino.
Partendo da un’esperienza etnografica, dialogica e conflittuale, con alcuni esponenti del popolo Williche del Sud del Cile, proverò ad investigare la dinamica dei “moventi” dei percorsi etnografici. Attraverso i tornanti della sociologia della cultura, della filosofia della scienza e dell’etica fenomenologica, cercherò di annotare il rapporto tra intenzionalità e metodologie, tra la supposta alterità del soggetto osservante e i percorsi di una possibile nuova antropologia applicata e militante.

Autorapresentazione, comunicazione Interculturale ed empowerment
Antonella Passani
George Marcus nell’introduzione italiana a Scrivere le Culture pubblicata nel 1997 dichiarava: “gli anni ’80 negli Stati Uniti furono, dal punto di vista della teoria e della riflessione, anni appassionanti. Anni in cui un profondo mutamento degli scopi della ricerca scientifica e della natura del sapere si è realizzato attraverso forti critiche alla retorica dell’autorità. Gli anni ’90 sono molto meno interessanti da questo punto di vista, il mondo lo è molto di più – globalizzazione, “nuovo ordine mondiale”, dissoluzione degli stati nazionali, fine e nuovo inizio del mondo, trionfo della scienza e della tecnologia nella biogenetica e nell’informazione, ritorno di religiosità fondamentaliste, ecc..”.
Il mio paper partirà da questa constatazione – che necessità di essere aggiornata facendo riferimento soprattutto agli eventi seguiti all’attacco alle Torri Gemelle del 2001 – per analizzare come sia possibile fare un’antropologia della globalizzazione (Appadurai, 2001) a partire dalle ripercussioni che i flussi culturali, visuali e politici hanno nelle quotidianità delle nostre metropoli e dei soggetti che le abitano, in particolare per quanto attiene alla definizione della diversità culturale. Più nello specifico si analizzerà il nesso autorappresentazione, comunicazione interculturale ed empowerment. Si cercherà di rintracciare – attraverso le esperienze di campo condotte con minori italiani, stranieri e di seconda generazione – una modalità di “fare etnografia” che incroci comunicazione visuale, riflessività, critica culturale e posizionamento politico.

Social media come luoghi e strumenti per i disciplinamenti dell’antropologia del design
Luca Simeone
Nel 1986, nell’introduzione a Writing Culture: Poetics and Politics of Ethnography, James Clifford presentava in questo modo l’interdipendenza della scrittura etnografica da una serie di fattori che ne influenzavano gli esiti in maniera decisiva: “La scrittura etnografica è determinata: 1) dal contesto (essa attinge da, e crea, significativi ambiti sociali); 2) dalla retorica (si scrive dentro, e contro, tradizioni, discipline e pubblici specifici); 3) dalle istituzioni (si scrive all’interno e contro specifiche tradizioni e discipline); 4) dal genere (un’etnografia è distinta da un romanzo o da un racconto di viaggio); 5) dalla politica (l’autorità di rappresentare realtà culturali è distribuita in modo ineguale e, a volte, contestata); 6) dalla storia (convenzioni e limiti di cui sopra sono in mutamento). Queste determinazioni governano coerenti finzioni etnografiche” (Clifford 1998:28) A circa 20 anni di distanza le affermazioni di Clifford continuano a illuminare alcune importanti determinazioni dei contesti di scrittura etnografica. Tuttavia, in particolare a seguito della diffusione massiva di media digitali e interattivi, alcuni radicali cambiamenti nei circuiti di circolazione del sapere antropologico impongono di articolare con maggiore dettaglio le interdipendenze trattate in Writing Culture. Alcuni esiti e tendenze mediali, dai libri elettronici, alla libera distribuzione sulla rete di contenuti tradizionalmente riservati a canali e pubblici ristretti (podcast con lezioni universitarie, registrazioni di conferenze), fino all’accesso a semplici strumenti di publishing e condivisione su web, influenzano profondamente i luoghi e le modalità di produzione e accesso alla scrittura etnografica, e quindi ne mettono in discussione i territori e i confini tradizionali.L’obiettivo di questo saggio è di identificare alcune tendenze in atto nel campo dei media interattivi, evidenziando come in almeno un ramo specifico dell’antropologia culturale – l’antropologia del design – la ricerca e la scrittura etnografica si stiano estendendo verso forme inconsuete e mutevoli, tracciando degli scenari incerti ma potenzialmente rivoluzionari per la disciplina.

Riflessioni sulla condizione polifonica della scrittura
Andréa Vieira Zanella
L’articolo è una riflessione sulla tesi secondo cui la scrittura sperimentale, quella che utilizza diverse forme espressive, costituirebbe una condizione per superare la retorica narrativa che ha caratterizzato la scrittura nelle scienze sociali in generale. Se è vero infatti che la scrittura spesso comporta una certa reificazione della ricerca, si può affermare che questo non dipende dalla parola in sé, dal segno scritto, ma dall’uso che ne viene fatto. Nella riflessione che propongo, ho evidenziato alcune voci sociali che partecipano al teso dibattito sul processo di produzione della conoscenza, sulle prassi di scrittura e su alcuni effetti della divulgazione.
Allo stesso modo in cui contenuto e forma si condizionano a vicenda, così anche la scrittura della ricerca condiziona ed è condizionata dalle modalità di produzione della conoscenza, dalle caratteristiche personali del ricercatore, dal modo in cui il ricercatore fa uso della sua autorità o autorialità, dal tipo di conoscenza da lui prodotta e dal suo modo di presentarla al lettore. Affronterò quindi il tema della presunta trasparenza della scrittura, mettendo in risalto le complessità dei segni verbali o visuali, e le articolate relazioni che intercorrono tra gli uni e gli altri. Tutti i segni, infatti, sono dialogici, e il dialogismo è la tensione tra diverse voci sociali. Questa tensione è presente in tutte le forme di comunicazione, perfino in una singola parola. Di conseguenza cambiare il proprio modo di scrivere, incorporando nel testo diverse forme espressive, non è in sé e per sé una condizione sufficiente né una garanzia di vero cambiamento.

GLI AUTORI (in ordine alfabetico)

Massimo Canevacci
Insegna Antropologia Culturale presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università ‘la Sapienza’ di Roma. Per la Meltemi ha pubblicato Linea di Polvere (2007), Culture Extreme (2000) e Antropologia della Comunicazione Visuale (2001)

Ana María Forero Angel
Nata a Bogotà, in Colombia, nel 1975. Ha studiato all’Universidad de los Andes: nel 2000 ha ottenuto la laurea in Filosofia, con una tesi su Gadamer e Wittgenstein, e nel 2001 si è laureata in Antropologia, con una tesi sul Museo Storico della Polizia, imperniata sui concetti di “messa in scena” e “autorappresentazione”. Negli anni successivi, proseguendo questo cammino, si è dedicata alla ricerca sulla violenza politica e sulle strategie di memoria e di rappresentazione che le élites delle forze armate colombiane usano per ‘inventare’ la propria tradizione. Nel 2008 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Teoria e Ricerca Sociale presso il Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma, analizzando nella tesi di dottorato le modalità con le quali le élites militari colombiane mettono in scena la propria storia. Al momento sono Cultrice della materia in Antropologia Culturale, e porto avanti attività didattiche e di ricerca sia all’università sia nei licei.

Giulia Grechi
Si è laureata nel 2004 in Scienze della Comunicazione all’Università La Sapienza di Roma con una tesi in Antropologia Culturale nella quale si è occupata di letteratura e teorie postcoloniali. Nel 2009 ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Teoria e Ricerca Sociale con uno studio sulla rappresentazione del corpo nelle opere delle artiste afroamericane Lorna Simpson e Kara Walker in relazione alla rappresentazione coloniale, al concetto di incorporazione e alle emozioni come luogo di produzione di conoscenza. I suoi interessi teorici e di ricerca si collocano in un territorio interdisciplinare tra studi culturali, visuali e postcoloniali, con una particolare attenzione alla relazione tra antropologia e arte contemporanea. Collabora dal 2004 con il Prof. Canevacci, svolgendo presso la sua cattedra attività didattica e di ricerca. È inoltre assistente al coordinamento del Master per Curatore Museale e di Eventi di Arte Contemporanea e Arti dello Spettacolo (IED, Roma), diretto dalla Prof.ssa Viviana Gravano, nel quale cura il modulo di Antropologia Visuale, Arte Contemporanea e Museografia. Con la medesima docente svolge anche attività di ricerca.

Luca Pandolfi
Professore Associato di Antropologia Culturale nella Pontificia Università Urbaniana di Roma insegna inoltre Sociologia della Religione, Comunicazione interculturale e dirige il Master di I Livello in Comunicazioni Sociali. Professore invitato di Antropologia Culturale presso la Pontificia Università Salesiana e la Pontificia Facoltà di Scienza dell’Educazione “Auxilium”, svolge seminari anche presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di
Roma. Conduce ricerche in Italia e in America Latina e si occupa della formazione di educatori ed operatori sociali. Oltre a numerosi articoli ha scritto L’interpretazione dell’altro. Per un’antropologia visuale dialogica, Aracne Ed., Roma 2005.

Antonella Passani
Laureatasi in Sociologia (Università di Roma La Sapienza) con una tesi in antropologia urbana nel 2002, ha dedicato le sue prime ricerche all’impatto della globalizzazione sulla cultura locale tailandese svolgendo attività di campo a Bangkok. Nel 2008 ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Teoria e Ricerca Sociale presso il Dipartimento di Sociologia e Comunicazione della medesima università. La tesi di dottorato è stata dedicata al rapporto tra comunicazione visuale, rappresentazione della diversità ed intercultura. Dal punto di vista teorico incrocia cultural studies britannici, antropologia visuale e teorie postcoloniali. Cultrice della materia in antropologia culturale e comunicazione interculturale porta avanti attività didattiche e di ricerca sia all’università che nel settore privato. Attualmente segue diversi progetti europei relativi al nesso società della conoscenza, tecnologia e innovazione.

Luca Simeone
Dopo la laurea in Antropologia Culturale, nel 1999 ha fondato Vianet, un’agenzia di design digitale con sedi a Roma, Milano e Toronto. Vianet utilizza metodi di ricerca etnografici per progettare esperienze interattive per clienti come MTV, Sony, Nintendo, Renault, Dior.
Parallelamente, ha condotto attività di ricerca e insegnamento nel settore dell’antropologia del design, in collaborazione con università, istituzioni e centri di ricerca italiani ed europei.

Andrea Vieira Zanella
Professoressa del Programa di Pos-Grado in Psicologia della Universidade de Santa Caterina, Brasil. Svolge attività didattiche e di ricerca nell’ambito della psicologia sociale e della metodologia di ricerca. Si è concentrata sulla costruzione delle relazioni estetiche e sul loro rapporto con le attività creative e la costituzione del soggetto. Alcune delle sue pubblicazioni possono essere consultate sul sito http://www.scielo.br.

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2008, Fieldwork. Un’esperienza etnografica nella metropoli

L’alterità non si profila sulla riva del mare, ma sull’orlo della pelle’
Clifford Geertz

Se si accetta la sfida che Clifford Geertz lancia nel testo Gli Usi della Diversità, si accetta concepire l’antropologo come un mercante dello stupore, come una persona capace di destabilizzare le credenze, i punti fermi e fondamentali della propria cultura d’appartenenza. Il compito dell’antropologo è infatti quello di relativizzare le particolari forme di concepire il mondo, per rendere possibile il contatto tra le diversità. Lo spaesamento di fronte alla diversità e il rispetto per l’individualità d’una cultura diversa, che non deve essere valutata o descritta secondo parametri ad essa estranei, sono strumenti indispensabili per l’esperienza etnografica: l’esperienza della descrizione dell’altro. Nella società contemporanea, più che mai, l’antropologo trova l’alterità a casa propria, nel suo stesso contesto di provenienza. La sua capacità di stupirsi non dipende più soltanto dalle grandi distanze percorse alla ricerca di cacciatori di teste, di sistemi di parentela matrilineari o di gente che predice il tempo scrutando le viscere di un maiale. Adesso l’antropologo dev’essere in grado di stupirsi anche di fronte a quello che vede ogni giorno, nella sua città, nel suo quartiere, negli stessi contesti in cui è nato e cresciuto. Deve imparare, cioè, a cimentarsi con differenze che nascono dentro la sua tradizione. Seguendo questa prospettiva e questa costellazione di idee, il seminario si propone di suscitare e stimolare negli studenti lo stupore metropolitano. Perciò, dopo una sezione teorica, è prevista un’esercitazione pratica di esplorazione, da dedicare a un quartiere romano. Il seminario si è styutturato su alcuni focus: • Alterità e Metropoli • Spazio e Potere • Spazi dell’Arte • Comunicazione Visuale

Durante le attività del seminario gli studenti sono stati accompagnati dai colaboratori di cattedra in quella che per molti di loro era la prima esperienza di ricerca sul campo. Dal Quarticciolo, quartiere storico, ma in grande trasformazione, sono partiti gli studenti per i loro elaborati multimediali che costituiranno la loro personale rielaborazione dei temi e degli strumenti teorici offerti dal seminario.

Seminario a cura di: A.N.Forero Angel, G.Grechi, A.Passani, L.Puntillo, A.Silvestri

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2008, Frammenti etnografici

L’antropologia contemporanea propone un esercizio etnografico dialogico e soggettivo. Propone un incontro con l’alterità né definitivo né esauriente. Con queste premesse un gruppo di dieci studenti è partito per incontrare i Bororo, indigeni brasiliani del Matogrosso. Il risultato di questa esperienza etnografica è stato il concretizzarsi dei sentimenti di spaesamento e stupore da parte sia dei Bororo che degli studenti mettendo in evidenza i punti critici dell’antropologia contemporanea. L’obiettivo di questo seminario è duplice : raccontare ed analizzare l’ esperienza sul campo e fornire gli strumenti necessari per un approccio all’etnografia. Il seminario si articolerà nei seguenti focus: 1. Soundscape, posizionamento e mito 2. Etnografia ed emotività 3. Identità ibride / donne e rito 4. Fotografia: occasione di auto ed eterorappresentazione.

Download slides: 1a, 1b, 2, 3, 4a, 4b;


  • 2003, Seminar about Adorno, Benjamin and digital ethnography;
  • 1999, Extreme Cultures: serial killers, scaring and branding practices, post-organic (Orlan, Stelarc), monsters (Godzilla, Tetsuo, vampires…);
  • 1997, Avantgardes and ethnography: parallels between ethnography and surrealism, dadaism, futurism; traditional perspective (from Rinascimento) and cubism perspective. Traditional Japanese idea of space (Ma);
  • 1996, Metropolitan panoramas: visualscapes and videoscapes, flâneur, Passages, London’s Universal Expo;
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